Il nuovo governo e l’impegno del PD coi socialisti in Europa

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Il giuramento del nuovo governo porta con sè il totale abbandono di quella che era stata la linea del Partito Democratico sul fronte europeo. Da ormai alcuni anni la segreteria Bersani era impegnata nella costruzione di un rapporto con le altre forze della galassia progressista europea per avviare con loro una stagione riformatrice delle politiche comunitarie. La composizione del governo Letta, però, sembra non dare più spazio a questa linea. Nessuno dei 4 dicasteri rilevanti per i rapporti con l’Unione europea – la Presidenza del Consiglio, il Ministero degli Esteri, il Ministero delle Politiche Comunitarie e il Ministero dell’Economia e delle Finanze – è occupato da persone riconducibili all’area socialista/progressista che in Europa si organizza intorno al PSE o al gruppo parlamentare europeo dei Socialisti e dei Democratici.
Se da una parte è vero che Enrico Letta è ancora il vicesegretario del PD, partito che in campagna elettorale ha organizzato con la Fondazione per gli Studi Progressisti Europei la grande conferenza di Torino con diversi primi ministri e leader progressisti di tutta Europa, d’altra parte però sono altri esponenti del partito ad aver costruito e coltivato i rapporti con la grande famiglia progressista europea, a partire dal segretario Bersani, dal responsabile economico Stefano Fassina e dallo stesso Presidente della FEPS Massimo D’Alema. Non dobbiamo poi dimenticare che lo stesso Enrico Letta è stato leader dei giovani del PPE dal 1991 al 1995. In questa situazione, con le elezioni europee che incombono, rischiamo di trovarci in un paradosso: il Presidente del Consiglio Letta, espressione del Partito Democratico, potrebbe avere imbarazzi e difficoltà a partecipare agli incontri periodici dei Primi Ministri e dei leader di partito di area progressista, in genere precedenti di un giorno alle riunioni del Consiglio Europeo.

Per queste ragioni è molto importante che il PD si riorganizzi in fretta e sappia darsi, in questa fase di transizione verso il congresso, una forma politica che permetta di non rompere il filo che abbiamo costruito con la famiglia progressista europea, per stimolare positivamente il governo su un tema che potrebbe essere un campo di azione e di possibile successo nonostante la difficile convivenza con il PDL, cioè la rinegoziazione dei vincoli europei e l’allungamento dei tempi per l’azzeramento del deficit. Su questi temi, come anche sulle politiche per l’occupazione, è possibile trovare sponda nell’elaborazione e nella politica dei governi, delle leadership del centrosinistra europeo e del gruppo parlamentare progressista. Sul fronte della disoccupazione giovanile, esiste il progetto della Garanzia Europea per i Giovani, un pacchetto composto da vari strumenti per far sì che nessun giovane sia disoccupato o inattivo per più di 4 mesi fino all’età di 30 anni. Per le politiche contro la disoccupazione giovanile nei Paesi maggiormente in difficoltà ci sono già 6 miliardi stanziati nel nuovo bilancio pluriennale al momento bloccato dal voto contrario del Parlamento: il nuovo governo vorrà farsi carico di spingere gli altri governi europei, in sinergia con i progressisti, per stanziare più risorse ed arrivare ai 10 miliardi previsti dall’iniziale proposta della Commissione e decurtati dalle resistenze dei governi conservatori, permettendo all’Italia di vedersi assegnare una quota maggiore di risorse comunitarie per combattere la grave situazione occupazionale giovanile?

Brando Benifei

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