Violenze di Stato, oltre le scusa il nulla

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E’ successo di nuovo.

La politica ha perso, e con lei l’opinione pubblica, l’ennesima occasione per interrogarsi sullo stato di salute della democrazia interna alle istituzioni dello Stato.

Il sit-in di protesta del COISP, sindacato mediamente rappresentativo della Polizia di Stato, contro la condanna al carcere sentenziata dalla magistratura nei confronti dei quattro poliziotti colpevoli di aver pestato a morte Federico Aldrovandi una notte ferrarese di qualche anno fa, ha attirato su di sé la condanna pressoché unanime (ad esclusione di una certezza, l’On. Giovanardi, sempre colto da illuminazione quando si tratta di proferire verbo inappropriato) dell’arco parlamentare.

I mass media hanno dato ampio spazio allo sdegno popolare e alla via crucis alla quale è continuamente sottoposta Patrizia Moretti, che da anni vive nel peccato, rea di essere madre di una vittima dello Stato e di ricordare ogni giorno la natura di quella morte violenta, poco accidentale e molto selvaggia. Parole dure e nette sono giunte anche dagli altri sindacati di categoria, alcuni per sincero rifiuto di tale condotta, altri per interesse di bottega all’interno del complesso mercato del sindacalismo poliziesco.

Bene, tutto secondo copione. La critica è sacrosanta, la condanna doverosa, il rifiuto d’obbligo.

Ma non basta.

Non può bastare.

Ciò che mi è sempre apparso incomprensibile è la totale mancanza all’interno del panorama politico e intellettuale degli ultimi vent’anni di una seria riflessione su quali limiti abbia oggi il nostro apparato di sicurezza, l’organizzazione delle nostre forze di polizia, il sindacalismo imperfetto concesso più di trent’anni fa ad alcune di esse, le modalità di accesso alle carriere di Armi e Corpi, il modello di ordine pubblico e quello di polizia.

I responsabili sono molteplici, non ultimi gli attori sindacali delle stanze romane (pressoché gli stessi da 10-15 anni, con buona pace del tanto invocato ricambio generazionale della classe politica, alla quale evidentemente si applicano criteri e regole diversi), colpevoli a mio avviso di essersi adagiati sui diritti conquistati e tutt’altro che interessati a variare lo status quo, che garantisce libertà di manovra e esclusività di interlocuzione con le alte sfere del potere politico.

Ma è proprio il potere politico il principale responsabile di tale immobilismo, deputato per natura com’è ad andare ben oltre la presa d’atto e la valutazione dei problemi, che dovrebbe invece tentare di risolvere.

Voltarsi dall’altra parte, limitandosi alla circostanziale condanna di abusi e violenze, significa considerare questi episodi come manifestazioni di schegge impazzite, incidenti di percorso in un complesso perfetto, mele marce in un frutteto impeccabile.

Limitarsi a ciò significa, per la politica, abdicare al proprio ruolo esistenziale.

Chiariamoci, il problema non è certo (non solo quantomeno, sarebbe riduttivo crederlo) il sit-in del COISP, che mi permetto di interpretare come una deprecabile iniziativa che, facendo leva sul corporativismo, punta a raccogliere spazio mediatico, consensi e nuove tessere.

Se oggi un sindacato può permettersi di esercitare quotidianamente la propria azione di tutela, propaganda e protesta lo deve esclusivamente a un lungo e sofferto processo storico e culturale,  che ha attraversato tre decenni per completarsi all’inizio degli anni ’80.

Il 1981, per la precisione, vedeva il compimento di una delle più belle storie di democrazia della vicenda repubblicana: la legge 121 che smilitarizza e sindacalizza la Polizia di Stato. Merito della politica, o meglio di una parte di essa, e merito soprattutto del Movimento (quello con la m maiuscola, quello dei poliziotti Carbonari) che per anni ha invocato migliori condizioni di lavoro e maggior dignità professionale, rivendicando diritti sindacali alla luce del sole e stimolato, a costo di multe e punizioni, il Parlamento e i Governi a immaginare un diverso assetto democratico ed istituzionale dell’amministrazione della Pubblica Sicurezza.

La 121 ha rappresentato una riforma epocale, una grande legge che ha avvicinato la Polizia ai cittadini e i cittadini alle istituzioni, che ha favorito l’accesso dei poliziotti all’interno del mondo della rappresentanza dei lavoratori e li ha parzialmente sottratti all’isolazionismo sociale in cui erano da anni costretti.

E’ innegabile che già all’epoca quella riforma avesse dei limiti, ma lo spirito che l’aveva originata guardava ad una visione di più ampio respiro, ad una necessaria e progressiva integrazione di quelle disposizioni tanto innovative eppure ancora parzialmente inadeguate.

Oggi però, a distanza di 32 anni, quello spirito è stato sostanzialmente tradito.

Nulla più si è mosso, nonostante vaghi proclami che nel corso degli anni si sono alternati nelle stanze ministeriali, impegni mai mantenuti di costituzione di tavoli di confronto atti a rivederla e aggiornarla al passo dei tempi. In realtà nessuno ci ha mai provato, nessuno lo ha mai voluto davvero. Troppe le resistenze, troppe le questioni spinose che obbligatoriamente sarebbe stato necessario andare a toccare.

Possibile che nessuno, oltre alle scuse, come già detto doverose, del Ministro degli Interni o del Capo della Polizia di turno, abbia mai richiesto di approfondire maggiormente le cause strutturali che ciclicamente favoriscono il manifestarsi di episodi di violenza? Possibile che i requisiti di accesso alle forze di polizia tengano eccessivamente conto dell’efficienza fisica e ancora troppo poco delle capacità intellettuali e delle attitudini culturali? Possibile che nessuna parte politica, negli ultimi 20 anni, abbia mai messo in campo una nuova riforma strutturale e rimesso in discussione i limiti dell’attuale architettura sistemica? Possibile che dopo la creazione della Gendarmeria Europea in Italia non si sia mai avviato un ragionamento sul futuro delle polizie a carattere militare?  Possibile che sia totalmente assente nei manifesti programmatici di qualsiasi forza politica un qualsivoglia riferimento alla piena concessione dei diritti sindacali alle forze di polizia?

Ci sarebbero molti altri aspetti che meriterebbero approfondimento, ma appare difficile racchiudere 30 anni di silenzi in poche righe.

Desidero ad ogni modo chiudere brevemente fornendo un’opinione non richiesta su Genova, la città di Francesco Forleo, uno dei padri del sindacalismo di polizia, ma anche la città del G8 del 2001.

In quei torridi giorni di Luglio ritroviamo tutti i difetti e i mali, nessuno escluso, che affliggono il nostro apparato di Pubblica Sicurezza e andando ad analizzarli si potrebbe efficacemente articolare una bozza di partenza per una seria riforma di sistema.

A 12 anni di distanza, rileggendo gli anni che sono seguiti, mi sento di dire che non abbiamo imparato nulla da quella lezione e dalle sentenze che sono seguite.

Il G8 rappresenta ancora oggi la grande occasione persa della politica italiana in materia di ristrutturazione del Comparto Sicurezza (e Difesa) e di revisione della 121/81.

Riflessioni più approfondite, e proposte più concrete, troverebbero miglior cittadinanza in un documento programmatico.

Queste poche righe volevano essere solo una provocazione ad alta voce, lo stimolo ad una discussione più ampia sul grande tema della democrazia e dell’organizzazione della nostra Pubblica Sicurezza.

Per amor di verità ammetto che sarei stato parecchio curioso di vedere in che misura il Partito Democratico avrebbe attuato il proprio programma in materia di sicurezza, coraggioso e “rivoluzionario” (quantomeno sotto il profilo della riorganizzazione del Comparto) più di quanto possa sembrare a una prima lettura poco attenta, se solo l’ultima tornata elettorale ci avesse regalato il tanto auspicato Governo Bersani.

Mi auguro in ogni caso che i prossimi mesi (e i prossimi anni) vedano un forte impegno parlamentare per rispettarlo quanto più possibile.

Sono sicuro che, a conti fatti, una seria politica progressista e riformista sarebbe il miglior modo per scusarsi con chi dallo Stato si è sentito tradito e allo Stato continua a guardare con fiducia.

Mattia Visciotto

Responsabile Sicurezza Giovani Democratici Genova

 

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